16
May
2015

Infrastrutture e Tlc, Pechino punta all’Ue. Gambardella: “Pronti ad investire miliardi”

Luigi Gambardella, presidente di ChinaEu, prevede grossi investimenti cinesi in Europa nel campo delle infrastrutture e delle telecomunicazioni, soprattutto dopo il varo della nuova agenda sul Digital Single Market. L’intervista

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Presidente Gambardella, che cos’è ChinaEU?
“ChinaEU è una nuova iniziativa il cui obiettivo è quello di aumentare il livello degli investimenti e della cooperazione economica tra Europa e Cina in settori strategici come Internet, le telecomunicazioni e l’hi-tech, mettendo insieme Istituzioni europee, governo cinese, industria TLC ed istituzioni finanziarie europee e cinesi.  Noi pensiamo che ci siano enormi potenzialità di cooperazione ancora tutte da scoprire”.

Lei ha dichiarato che la Cina è pronta ad investire miliardi di euro in Europa nel quadro del cosiddetto Piano Juncker. Di quali cifre stiamo parlando e con quali modalità verrebbero fatti gli investimenti?
“Fare delle stime è molto difficile perché dipende dai progetti che saranno presentati. Stiamo comunque parlando potenzialmente di diversi miliardi di euro che potrebbero andare a finanziare singoli progetti, in base ai criteri indicati dal piano Juncker”.

La Cina ha un interesse economico ad investire in Europa, ma ce n’è anche uno politico?
“Sicuramente per la Cina le relazioni commerciali con l’Europa sono molto importanti. Però penso che ci sia anche un interesse  politico ad aumentare la collaborazione, lo vediamo ad esempio con l’intenzione di incentivare gli scambi commerciali attraverso la nuova Via della Seta (One Belt, One Road), che mira a collegare Cina ed Europa attraverso l’Asia, sviluppando un’ambiziosa rete di infrastrutture lungo il percorso”.

Si parla di investimenti nelle reti 5G e nella banda ultra-larga. Quali sono i campi in cui Pechino potrebbe investire?
“In questo momento c’è una discussione tra Europa e Cina sull’opportunità di stipulare un accordo di collaborazione sul 5G. Nel caso di una firma lavoreremmo assieme nella Ricerca&Sviluppo, con il coinvolgimento di imprese su entrambi i fronti. Tale accordo avrebbe un’importanza enorme, in quanto andrebbe con alta probabilità a definire  uno standard che poi diventerebbe di fatto quello globale”.

Quali sono gli altri campi di investimento possibili?
“Quando si parla di infrastrutture sono i più vari, dalle strade all’alta velocità. Parlando dei servizi la Cina ha annunciato l’intenzione di investire 200 miliardi nelle smart cities nell’arco di 5 anni. Pensiamo a quali opportunità ci sarebbero per l’Europa se le nostre aziende partecipassero anche a solo un decimo di tale investimento”.

Lei crede che l’interesse di Pechino verso l’Europa sia finalizzato a indebolire la nostra partnership con gli Stati Uniti?
“Il livello di cooperazione che c’è tra Europa e Usa non è paragonabile a quello con la Cina. Quello che noi vogliamo è che si inizi un dialogo anche politico tra l’Ue e Pechino su alcuni temi come le telecomunicazioni, Internet e la sicurezza delle reti. Anche se ci sono delle differenze tra di noi non importa, ciò che conta è che ci sia un dialogo positivo, che guardi oltre le differenze e miri ad aprire nuove opportunità di cooperazione e di business”.

Secondo lei l’Europa può trovare con la Cina un punto di incontro sul tema della libertà di Internet e della gestione dei dati personali?
“Ci sono certamente delle visioni diverse, ma l’importante è iniziare a collaborare, aprire un dialogo, guardando alle opportunità da cogliere piuttosto che focalizzarsi solo sulle differenze o solo sui problemi”.

Ad inizio mese la Commissione Ue ha presentato la nuova agenda sul Digital Single Market. Che giudizio si è fatto?
“Secondo me abbiamo fatto un passo avanti. Con la nuova leadership di Juncker, Ansip e Oettinger ci si è focalizzati su una visione di insieme e solo in un momento successivo si definiranno le misure specifiche necessarie per arrivare all’obiettivo che ci si è posti”.

Qual è questo obiettivo?
“Quello di creare un mercato unico del digitale, che oggi non c’è. In futuro Apple non potrà vendere il suo iWatch limitatamente al mercato britannico, come fa oggi in una fase di lancio, ma dovrà farlo in tutta Europa. E Sky dovrà rendere acquistabili i suoi abbonamenti anche ad un italiano che, come me, vive a Bruxelles”.

Quali sono le criticità dell’agenda della Commissione?
“Le perplessità sono più che altro legate all’efficacia delle azioni proposte e alla tempistica per realizzare il mercato unico. Nell’economia digitale ogni anno che si perde ne vale cinque in quella tradizionale”.

Sono elementi che possono scoraggiare gli investitori?
“Ciò che scoraggia è il sistema di governance Ue che è molto complesso. Ma un mercato unico del digitale di sicuro invoglierebbe gli investitori stranieri”.

Il mercato unico del digitale potrebbe gettare le basi per la nascita anche in Europa di una Silicon Valley e di player delle dimensioni di Google o Alibaba?
“Sarà un motivo di stimolo. Certo è che la Silicon Valley californiana è frutto di una serie di fattori differenti, tra cui i pesanti investimenti del settore militare Usa, la cooperazione tra università e la facilità di accedere ai venture capital. In California c’è un ecosistema unico al mondo”.

La Cina sta investendo massicciamente nelle infrastrutture europee. Costruisce l’alta velocità nei paesi dell’ex blocco sovietico, in Grecia gestisce il porto del Pireo, in Italia è azionista di Cdp Reti, la controllata di Cassa depositi e prestiti che possiede le infrastrutture strategiche del Paese. Ora potrebbe entrare nel Piano Juncker. Non è rischioso che Pechino abbia così tanta influenza in settori di vitale importanza per l’Europa?
“Quando parliamo del piano Juncker parliamo di finanziamenti che poi vanno restituiti e che non comportano un controllo da parte della Cina o di altri investitori stranieri delle infrastrutture. Esistono poi delle regole che definiscono come le banche devono investire, in quali termini e con quali limiti”.

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